Si è fatto tardi, lo dice l'orologio alla parete mentre batte le ore delle occasioni perdute. Avevo tentato d' interpretarti, in quei discorsi fatti solo per essere dimenticati. Non ci sono mai riuscita. Mi hai cercata nelle parole, nei pensieri , nei sentimenti , ma in questa dimensione che mai mi ha conosciuta. Non so ora cosa pensi, e se ancora pensi, né credo di volerlo più sapere. Mi sento prigioniera di sogni e pensieri sbagliati, di speranze e illusioni disilluse, ma si è fatto tardi e non importa.
Quel giorno, si era svegliata con la nostalgia di un sogno. Niente riusciva a ricondurla alla realtà ordinaria. Guardava il giorno nascere con rassegnata inerzia. Si era alzata, i soliti gesti, le solite cose e poi era uscita. Per strada, camminava piano, la ghiaia ancora bagnata dall’umidità notturna sotto i piedi. Provava a dimenticare la noia delle parole scambiate, delle azioni degli sguardi. Quel giorno aveva indossato la maschera di gesso pesante. Quella che la proteggeva dai suoni delle voci senza calore, dai pensieri che le venivano scagliati addosso dai preconcetti della gente. Provava a svincolarsi dalla simulazione delle cose dovute. Provava a staccarsi dal suo corpo e dalla sua mente. Quel giorno vedeva le cose diversamente, tutto le appariva senza il velo che ingannava. Stava imparando a leggere dietro ogni fenomeno i codici. Vedeva davanti a sé gli scalini sempre più alti e ripidi. Aveva il dubbio che stava percorrendo una strada a cerchio ma camminava comunque su una linea retta. Il silenzio riempiva la sua mente. Un vuoto profondo le percorreva il sangue. Respirava lentamente l’aria azzurra e guardava a quel prato di lato alla strada con infinita nostalgia. Un albero si stagliava al centro. Alto e spoglio. Simbolo di un’estate ormai passata. Le parole si rincorrevano nella mente come cavalli impazziti. Eppure era calma, serena, gelida e fredda. Non era lei a camminare. Lei era altrove. Seduta su uno scoglio nel pieno di una tempesta. A lasciarsi scuotere dalle onde del mare, a lasciarsi tagliare la faccia dal vento. Lei non era lì. Lei era verso quella spiaggia dorata lei era quella barca in balia di onde anomale. Lei era seduta su una sedia ad ascoltare una sentenza che non la riguardava. Lei stava guardando un freddo camice bianco senza volto e senza maschera. Lei stava ascoltando senza veli quelle parole crudeli e cattive. Lei era seduta su una poltrona e fissava il suo corpo. Il corpo che solo in quel momento si accorgeva di amare. La sua vita stava cambiando. Eppure era tutto uguale. Tutto tremendamente uguale al giorno prima. E anche il suo corpo lo era. E lei era ad ascoltare quel suo corpo. Quei pezzi di corpo che aveva sempre sentito suoi perché erano nati con lei. Era scontato che li avesse, che le appartenessero. Ma forse c’era qualcosa che non andava. Forse aveva qualcosa da pagare, qualche conto ancora sospeso con quel Dio di cui tutti parlavano e di cui nessuno aveva mai visto il volto. Ora era lì, su quella strada a chiedersi a cosa era servito sforzarsi tanto per fare e rimanere diversi? Aveva accumulato nozioni, sensazioni, concetti nuovi, ma erano troppi e in questo momento non le servivano. Non ne aveva bisogno. In questo istante ritagliato fuori dal tempo era costretta a sintetizzare il tutto,e a trovare dentro di sé un nuovo ordine. Aveva sfogliato pagine di libri e di vita convinta di trovare rivelazioni e verità nascoste. Aveva guardato sul volto di ogni uomo la vita che raccontava e aveva guardato nei suoi occhi lo specchio della sua anima. Aveva letto nei gesti di quella gente il respiro dei suoi sogni. Aveva visto scenari invisibili riempire sogni e aveva immaginato il silenzio percorrere strade deserte. E ora si ritrovava li, a guardare quel prato verde e a chiedersi a cosa era servito? Ma non c’erano risposte, e le domande le nozioni le pagine di vita sfogliate non servivano, nulla serviva di fronte a quella certezza che le si allargava dentro lei era viva. E con quella certezza trovata in quel giorno lasciava che il rumore delle scarpe sulla ghiaia l’accompagnasse come musica verso casa.
Mi hai insegnato a guardare lontano, ma mai mi hai insegnato a volgere lo sguardo oltre la tua immagine per poterla dimenticare. Sei sempre stato li, ad un passo dalla mia mano, ma mai insieme a me. Lontano sopra i bordi del mio cammino a segnare con finta ironia lo scorrere del tempo. Mi hai insegnato a contare i passi che mi portavano lontano, ma sempre ad un palmo da te. Mai mi hai insegnato come arrivare al tuo cuore. Chiuso nella teca immacolata del vetro indistruttibile, hai costruito la tua vita lontano da me. Mi hai insegnato a raccogliere colori attraverso frasi sconnesse strappate al tempo dei ricordi. Mi hai insegnato a contare i passi lungo le strade dei dolori, uno ad uno come lenta numerazione fine a se stessa. Mi hai insegnato a lasciar scorrere la vita come acqua di fiume, sporca e inquinata. Mai mi hai insegnato a fermarti per poterti amare. Mi hai insegnato a correre lontano mai a fermarmi accanto a te. Mai ti sei preoccupato per me, di me, sempre mi hai insegnato a fare a meno di te. Ho imparato. Sto imparando. Piano sto imparando che non si ferma chi vuole scappare. Lentamente imparo a contare quei passi che mi condurranno lontana da te. Lentamente sto imparando a far uscire dai miei pensieri la tua immagine. Piano sto imparando a farti ricordo e presto imparerò a guardarmi nello specchio come immagine reale.
A volte durante la tua vita, hai pensato di poter cambiare qualcosa, e invece gettando sguardi rapidi e furtivi fuori dalla finestra della tua esistenza , non vedi altro che un panorama devastato da una discarica immensa, legalizzata. Anneghi nell’immondizia e lo sai bene, pure non riesci ad ammettere che non ce la fai proprio a tirartene fuori. Hai ancora il coraggio, (patetico) di ritenerti un sognatore, di formulare una speranza . Perché temi la mediocrità? Perché ti risulta difficile se non orribile pensare di essere uguale agli altri se non peggio? Eppure è il destino del genere umano, quel destino che ti fa ostentare modestia per non annegare nelle accuse di superbia e nel disprezzo più palese. Rifiuti catalogazioni per nasconderti dietro una parvenza di sincerità che è simile a una nebbia fine e sottile, che copre la tua vita, mentre ombre di incomprensione ti tormentano. Accettare, comprendere, amare, fidarsi, parole disperse in gabbie argentee che non sempre riesci ad aprire, eppure le pretendi, come bambino che allunga la mano al seno materno. Ti fa male veder cadere l’ultimo alibi concessoti per dare colpe e prendertene. Raziocinio, intelligenza, suoni inutili dispersi fra gli alberi storti di una vita senza scopo. Silenzio dentro e fuori mentre fermo alla stazione scorri il tabellone delle partenze in attesa del tuo treno. Eppure sai che non salirai, sai che resterai ancora fermo ad osservare quel panorama di esistenza fragile e inutile che ancora ti resta da vivere.Una sfida l’ultima che ancora ti concedi, per guardare tra le pagine bianche di una vita scritta senza voglia, senza eccessi. Un tempo, ho provato a portarti verso la disillusione, ma hai sempre insistito nell’etica, nei modelli, nell’aspettativa e nei voli, nel bello e nel brutto, nella crescita..., e bla bla bla. Sempre ti sei attardato nel misurarmi con i tuoi schemi con le tue catalogazioni, mai, invece, ti sei preoccupato di riconoscere in mezzo a tante maschere la mia. Credevi che il pensiero di te in me potesse durare in eterno, non concepivi l’idea che il destino potesse renderti uguale agli altri. Adesso che tutto appare chiaro dietro le mille maschere, adesso che barcolli sul dirupo della follia implori gli spettri del passato di allontanarsi da ciò che hai creato. Ma sai che non serve, sai che non conta, sai che non vuoi, ma continui ancora l’attesa mentre in alto le mosche volano felici.
Sai cosa faccio da un po' di tempo ? Cerco di mettermi in ascolto del mio cuore, cerco se mi è possibile di ascoltare i suoi battiti, quasi a voler regolare la mia vita al suo ritmo. Ieri sera abbiamo parlato delle verità. Quelle verità che spesso ci nascondiamo per paura di dover far i conti con quello che siamo veramente.Le verità che giocoforza a volte ci ritroviamo a dover subire perché troppo razionali e troppo onesti con noi stessi. Spesso ci ritroviamo a nascondere la verità perché troppo codardi per affrontarla. Poi quando ci guardiamo allo specchio, ci vergogniamo della nostra codardia. E ci sentiamo piccoli, meschini,e tanto impauriti. E' a quel punto forse che incominciamo a cercarla la verità.Quando ero piccola era facile raccontarmi e raccontar bugie, bugie per coprire marachelle innocenti ed evitare punizioni (meritate), protetta dall'indulgenza dei grandi.Da adulta poi è diventato tutto diverso. Ho dovuto imparare a raccontarmi le verità ma non a raccontarle. Quasi come in una sorta di pudica rappresentazione. Ognuno dalla vita si difende come può e come sa. Io non temo la vita, temo il mostrarmi fragile e indifesa, temo di mostrarmi per quella che sono. Piena di dubbi, di incertezze. Temo di farmi scoprire insicura e fragile e adotto la maschera della donna forte, realizzata che sa cosa vuole e sa come ottenerlo. Ho poche certezze nella mia vita. Pochi cardini e tanti paletti. Pochi e indistruttibili cardini e tanti paletti mobili e reversibili. Forse è questa la vera verità che alberga in ognuno di noi e che evitiamo di raccontarci quando siamo soli davanti ad uno specchio. Io non sarò mai, e questa è una delle poche certezze che ho, una che mostrerà in pubblico la sua fiera fragilità. So chiedere aiuto, ma anche questa è una forma di maschera, chiedo aiuto solo a chi so che sa come sono.Agli altri a quelli che non vanno oltre mostro la mia spavalderia e la mia arroganza. Anche adesso che avrei davvero bisogno dei miei amici, del mio mondo, di quello che mi fa sentire sicura e rassicurata, non mostro in pieno la mia verità. Ho passato anni a nascondermi prima a me stessa, e poi agli altri, quello che io ero. E forse questa recita non è ancora finita. Sono stata figlia modello, piegata ai voleri familiari e negandomi in nome dell'amore filiale, tutte quelle cose di cui un'adolescente ha bisogno. Sono stata ribelle quando avrei voluto piegarmi e umile quando avrei voluto ribellarmi. Sono cresciuta nel rispetto di un ruolo che altri avevano stabilito per me. Non è facile sai raccontarsi queste verità. Non è stato facile, e forse ancora oggi non le accetto.
Mi scivola nel cuore il fruscio del fiume, l’ascolto nel silenzio della sera già sfatta, il tuo volto m’accompagna fluente nei pensieri fugaci,e mi sfiora in sordina accanto a tristi visioni. Un ritaglio di luna tra le nuvole e il sibilo di un pensiero mi attraversa la mente. La carezza del tuo sguardo si posa sul mio viso e la luce di un sorriso illumina la notte, la dolcezza di quell’unico istante dura in eterno dentro me. E lo vivo quell’attimo atteso, cercato, voluto come acqua nel deserto come unico atto capace di farmi scordare la banalità dei ticchettii delle caffettiere. Per te e solo per te ho reso alla mia penna la scintilla dell'oblio, per te e solo per te ho lasciato i sentimenti scavati dalla risacca, e li ho portati al largo e di lì di nuovo a riva, e li ho fatti assopire nella stanchezza. In questi riflessi brillanti di luna sulla sabbia cerco di dimenticare la rabbia di una lacrima ma non la banalità di un vuoto silenzio. Scrivo per me stasera ma leggo per rileggerti, per poter perdermi in quell’illusione che è la forza stessa del mio pensiero e mi accorgo che diviene azione di straziante passione inutile e annullante. Vado via, ti lascio alla tua quotidiana permalosità, alla tua inutile allegria senza senso, alle tue sigarette troppo rosse e alle tue scarpe troppo grandi. Ti lascio, lascio che il tuo pensiero si allontani da me come onda malefica di troppi abusati pensieri e mi perdo nell’inutile ricerca di catene leggere che non feriscano polsi.
Crebbi credendo che il treno del destino fosse solo un lungo serpente allevato nell’inferno dei buoni propositi e quando lo incontrai ebbi paura. Nulla dei discorsi ascoltati e fatti fino ad allora mi avevano preparata a quell’incontro. Ma dovevo fingere di esserci, dovevo fingere di essere uguale a tutti gli altri. Il serpente allora alzò la testa e mi disse che nell’altro mondo il destino è un’altra cosa. Ma cosa?
La prossima volta che nasco farò lavorare la vagina, giuro. Al posto di usare il cervello userò lei. Tanto..a che serve? Non dovrò più dimostrare ciò che so fare, ma solo la voglia di fare. Non dovrò più faticare per trovare soluzioni difficili, e potrò permettermi di non aprire bocca per dimostrare la mia intelligenza addomesticata. Lascerò che sia lei a guidarmi, perché a lei non si chiedono prove, lei non paga le tasse, lei non ha bisogno di dimostrare che vale! E poi lei può godere hanno detto, e questo è tanto!! Quando penso al mio cervello non conosco godimenti, anzi , vedo ingorghi e risentimenti che risalgono ai piccoli neuroni e poi come mattoncini lego costruiscono e abbattono, legano e slegano, uniscono e dividono i miei impulsi. E poi perché continuare ad usare il cervello? Per essere etichettata come giusta e saggia? Ma va là, lei la vagina, non ha etichette, è come il cervello una porta, che per parti diverse conduce anch’essa al cuore. Ma lei non ha problemi di sorta. A lei non si chiede di pensare, a lei non si chiedono soluzioni, a lei non si delegano responsabilità, si se torno a nascere farò lavorare solo ed esclusivamente la vagina.